Note di regia

I GIGANTI DELLA MONTAGNA

… C’è un olivo saraceno, grande,
in mezzo alla scena,
con cui ho risolto tutto…
…Per tirarvi il tendone…

L’arrivo della “Compagnia della Contessa” alla Villa dove il Mago Cotrone e i suoi “scalognati” hanno scelto di vivere per isolarsi dalla “civiltà”, è l’incontro fra due universi uguali e contrari.
La Compagnia, fedele all’idea di Poesia assoluta, si è ormai ridotta in miseria: nessuno, nel mondo, sembra più disposto ad ascoltare e comprendere. Ma ecco che arrivati alla Villa, come in un sogno, ciò che i teatranti cercano strenuamente sembra manifestarsi in quel luogo prodigioso: in un gioco fantastico di apparizioni e trasfigurazioni, di doppi e di identità rubate, la Villa e i suoi abitanti evocano e materializzano i personaggi, le scene, le atmosfere de La favola del figlio cambiato, l’opera che i poveri attori cercano di rappresentare senza più riuscirci. Cotrone invita i suoi ospiti a rimanere, per creare insieme nuovi e favolosi incanti dei quali potranno godere lì dentro, solo per loro, ma la Contessa Ilse non può accettare di chiudersi tra quelle mura. La sua missione è di portare e far vivere la Poesia tra la gente, e decide quindi di affrontare il confronto con la realtà, a costo della sua stessa vita.
Il finale dell’opera – mai scritto – fu sognato e raccontato da Pirandello al figlio Stefano dopo una notte molto agitata, e vede soccombere Ilse nel suo estremo sacrificio.

Nel nostro allestimento il personaggio di Ilse, che incarna l’idea di purezza e necessità del Teatro, ha un volto che continuamente si sdoppia. Sparisce e riappare inaspettatamente, cambia timbro e intonazione della voce. E’ forse Cotrone, detto il Mago – che ha conoscenza e pratica di virtù esoteriche – a ispirarne l’umore, a governare il suo essere, a decidere il suo apparire? E’ lui che evoca il suo doppio e la fa rispecchiare in se stessa? O è la forza della nostra immaginazione?
Ilse è il Teatro. Deve vivere tra la gente, rischiare, offrirsi, inerme e vulnerabile, anche a un pubblico che forse non capirà il suo messaggio e che – come accade alla fine di questa storia – in un furore di violenza e ignoranza, la annienterà.
Vogliamo che la nostra Ilse ci lasci in dono il Teatro che non muore, come l’olivo saraceno che Pirandello sognò e descrisse al figlio prima di morire, quell’olivo che alla fine del terzo atto doveva rimanere al centro della scena, a rappresentare e contenere il passato, il presente e il futuro..

Stefano Randisi, Enzo Vetrano