L’UOMO, LA BESTIA E LA VIRTU’
“…Esilarante, eh, lo so! Esilarantissimo.
Lo so. La vista chiara, aperta, delle passioni – e siano anche
le più tristi, le più angosciose – ha il potere,
lo so, di promuovere le risa di tutti!…”
L’uomo, la bestia e la virtù – atto I – scena
VII
Il nostro lavoro su Pirandello, cominciato con uno studio sulle Novelle
e portato avanti con Il berretto a sonagli, giunge adesso alla
prova di un testo molto particolare - L’uomo, la bestia e la
virtù - quasi un unicum della produzione pirandelliana.
Mai come in questo testo infatti la drammaturgia del grande Maestro
incontra e si esprime col linguaggio del grottesco e genera una favola
allegorica, o meglio un apologo, come lui stesso ha voluto definirlo.
La situazione che ci racconta è di quelle, care al nostro Autore,
al limite del possibile eppure credibilissime, paradossale risvolto
di quella società claustrofobica e piena di convenzioni che Pirandello
ha saputo scardinare pezzo dopo pezzo coi suoi affondi letterari e teatrali.
Nasce da una novella, Richiamo all’obbligo, e si sviluppa
incarnandosi in personaggi/animali immaginati e descritti come maschere
grottesche. Paolino, rispettabile professore privato, è l’uomo
della vicenda: trasparente, come lo definisce l’Autore, ma con
una doppia vita; è infatti l’amante della signora Perella,
la virtù in persona, moglie trascurata e infelice del
Capitano di marina Francesco Perella, la bestia.
La tresca fra il professore e la signora potrebbe continuare a lungo
e senza intoppi, dato che l’indegno Capitano - violento e irascibile,
da anni lontano dal letto della moglie e con una seconda famiglia in
un altro porto - è sempre per mare, e torna a casa raramente
e malvolentieri.
Ma un incidente - un’inattesa quanto inopportuna gravidanza della
signora Perella - minaccia di sconvolgere quest’ordine e costringe
il professore a cercare una soluzione ad ogni costo: nell’unica
notte che il Capitano trascorrerà a casa, tra un porto e l’altro,
dovrà assolutamente ottemperare agli obblighi coniugali,
e rendere così apparentemente legittimo il frutto dell’amore
proibito.
Comincia una febbrile corsa contro il tempo, per far sì che gli
istinti sessuali della bestia vengano risvegliati al momento
opportuno, e in questa cieca frenesia il professore calpesta e travolge
pudore, dignità e sentimenti: pretende pozioni afrodisiache,
compra la complicità del petulante figlio della coppia e spinge
la casta signora Perella a mettere in mostra i tesori di grazia
e bellezza del suo corpo, così gelosamente e santamente custoditi.
E così l’uomo, per difendere la virtù
e farsene paladino contro le offese coniugali della bestia, è
costretto fatalmente e paradossalmente a negare la propria umanità.
Affollano la scena domestiche scorbutiche, vicini invadenti e studenti
bistrattati, personaggi descritti, anche loro, con consolanti aspetti
bestiali.
Nella nostra lettura lo spettacolo è tutto come contenuto, fin
dall’inizio, in un grande armadio che sta sul fondo della scena.
A poco a poco le ante di questo armadio fanno saltar fuori le voci,
i gesti e le azioni dei personaggi, come da un arsenale delle apparizioni
in cui le evocazioni prendono corpo per assecondare e servire la narrazione:
paure, desideri, passioni diventano visibili; gli ingressi dei personaggi
si mescolano a incarnazioni visionarie ; le musiche, gli oggetti, lo
stesso armadio sul fondo prendono vita autonoma, partecipano al racconto
della vicenda e assumono funzione di coro.
Il grottesco si esaspera in momenti di forte comicità o si stempera
nella poesia, si addentra nel dramma e poi se ne libera con slittamenti
surreali, consentendoci di utilizzare registri recitativi a noi congeniali.
Eppure, come sempre nel nostro modo di andare in scena, rimanendo credibili,
e tornando ad ascoltare le parole del grande Maestro, che chiedeva ai
suoi attori di agire sempre per mosse d’animo, innescando
una perfetta circolarità tra personaggio e interprete.
Enzo Vetrano e Stefano Randisi