LE SMANIE PER LA VILLEGGIATURA
di Carlo Goldoni. Elaborazione drammaturgia
e regia: Elena Bucci, Stefano Randisi,
Marco Sgrosso, Enzo Vetrano
La collaborazione artistica tra le nostre due compagnie, che ha dato
origine al fortunato progetto triennale di rilettura e reinvenzione
dei testi classici ‘Il berretto a sonagli’, ‘Anfitrione
di Molière’ e ‘Il mercante di Venezia’ ci ha
permesso di creare una compagnia solida, in grado di reggere un ‘repertorio’
e che assomiglia a quelle della tradizione ‘all’antica italiana’.
Siamo registi di noi stessi e degli altri attori, ma siamo anche in
scena, garantendoci così una continua freschezza e verifica dello
spettacolo, pur nel corso delle moltissime repliche che affollano il
nostro calendario. Allo stesso tempo, pur provenendo da un teatro di
ricerca che ha preteso giustamente dagli attori consapevolezza, cultura
e autonomia nel proprio fare, ci sentiamo alieni dai pericoli di un
eccessivo intellettualismo che spesso – in periodi di scarsa cultura
teatrale - allontanano il pubblico dal piacere del teatro. Cerchiamo
di restare vicini alla concretezza e ai particolari della scena, a tutto
ciò che di indicibile si scopre solo durante le prove, quando
i testi del passato rivelano la loro grande attualità confermando
una vicinanza tra gli umani che annulla il tempo. Tentiamo anche di
avvalerci di collaborazioni – sia per quanto riguarda i tecnici
che gli attori – che durino nel tempo, per costruire un alfabeto
comune e un’affine sensibilità etica e artistica.
Prendendo atto di ciò che siamo, ci siamo resi conto che il percorso
di rilettura dei classici non soltanto non era finito, ma anzi si apriva
a nuove possibilità.
Un appuntamento che ci attendeva imprescindibile era quello con l’italianissimo
Goldoni, che allo stesso tempo riesce ad essere l’erede apparente
della grande tradizione della commedia dell’arte italiana e il
suo magistrale traditore. Ha dato una forma definitiva ai misteriosi
canovacci, limitando l’arbitrio degli attori, pur offrendo loro
personaggi e ruoli meravigliosi, ha rubato e modificato gli esilaranti
meccanismi teatrali dando loro un segno che, partendo dal puro divertimento,
ha trasformato i suoi testi in brucianti manifesti e denunce di una
crisi sociale e umana vissuta come malinconia dai personaggi, ma che
diventa tragica ai nostri occhi.
Alla fine della rilettura delle ‘Smanie’, che non lascia
un attimo di respiro per il ritmo incalzante dei duetti, dei rovesciamenti,
delle battute, si arriva a percepire un senso di vuoto e di sgomento.
Quell’affannarsi intorno a futili problemi, quell’enorme
dispendio di tempo, sentimenti e denaro in funzione dell’apparire,
quell’intrecciarsi di rapporti incendiati dalla rivalità
e dall’ipocrisia, dove l’amore e la passione prendono la
forma quieta del dovere e della rispettabilità, e l’odio
si traveste di smancerie, assomiglia tanto ai modelli di vita che la
nostra cultura del quotidiano ci offre attraverso la finzione televisiva,
che talmente permea le nostre vite da diventare reale, e trasmigrare
nel pensiero e nei comportamenti.
Ancora una volta, la denuncia antica, attraverso una grande arte, parla
attraverso il tempo, ci dimostra come il progresso non sia continuo
ma possa subire imprevedibili rovesciamenti all’indietro, se solo
si allenta l’attenzione e la tensione a migliorare ciò
che ci è dato.
Divertendoci, intrigandoci, Goldoni dolorosamente ci ammonisce, ma senza
pedanteria. La normalità dei suoi personaggi, l’apparente
banalità delle loro motivazioni ci dice che siamo tutti vicini
al rischio di essere pallidi e ridicoli fantasmi di uomini e donne,
simulacri agitati da passioni piccole e meschine, prigionieri di desideri
che ci portano lontani dalle grandi mete che potremmo raggiungere.
Ritroviamo il filo dell’ispirazione che ci ha guidato nei precedenti
lavori, la follia travestita da normalità, il contrasto tra essere
e apparire, le pulsioni dell’individuo in guerra con l’ordine
cristallizzato del mondo sociale.
Tutto questo ci affascina e ci porta a voler indagare questo testo che
ha tutte le qualità per diventare un teatro ‘specchio del
suo tempo’. Lo faremo nel nostro modo e con il nostro stile, rinunciando
alle scenografie filologiche ed elaborate, ‘traducendo’
quell’italiano lontano – che allora era la lingua della
quotidianità – in un parlare a noi vicino, ma mantenendo
alcuni segni del mondo di Goldoni, così da suggerire una lontananza
da favola che ci aiuti, come spesso accade, a leggerne i sensi più
profondi. Non pensiamo quindi ad una attualizzazione, nè ad una
messinscena realistica, ma ad una sorta di costruzione di un quadro
antico, ad un album di Foto Gallery ingiallite che possano all’improvviso
animarsi e parlare con il linguaggio che sentiamo oggi per strada, nei
bar, in televisione.
Se gli oggetti della passione sono qui un abito alla moda, un pranzo,
una cioccolata, un bel calesse, vorremmo che, pur usando queste stesse
parole, diventassero simbolo dell’auto, dell’ultimo esemplare
di un computer, dell’oggetto di design da esporre come un trofeo.
Niente di nuovo. Niente che in teoria già non sappiamo. Ma vorremmo
riuscire a ridere amaramente del nostro mondo occidentale e dei suoi
modelli rassicuranti che scricchiolano oggi più che mai nel contrasto
con altre culture poverissime che pretendono, anche con violenza, il
loro diritto ad esistere. Allora non si era forse del tutto consapevoli
che il nostro benessere causa necessariamente un malessere altrui, ma
già era tangibile e sentito il senso di vuoto creato dalla corsa
ad avere sempre di più, sostenuti da idee di decoro e dignità
così gelide e funzionali da uccidere il sentimento.
Ora abbiamo più strumenti per sapere e per comprendere, ma la
paura di cercare oltre il quotidiano è altrettanto forte, così
come la tentazione di stordirsi e di non guardare.
Con questo lavoro ci piacerebbe ‘guardare’ in profondità
con gli strumenti del comico, che ci permettono di accettare e comprendere
le cose più amare senza perdere la voglia di cambiarle.